Automobilisti nel panico

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Automobilisti nel panico, se non sanno più dive parcheggiare. Non è la prima volta che scriviamo a tal proposito e, ahimè, non sarà l’ultima. Le corsie ciclabili, ma talvolta anche le più separate piste ciclabili, quelle un sede propria, appunto, rappresentano una libera estensione  della mobilità automobilistica, che si trova improvvisamente a non avere più il presunto spazio vitale di manovra. Per manovra si intende quella operazione di momentanea sosta, il classico minutino che poi si dilata nel “tempo che ci vuole” e quindi nel “parcheggio”, di cui si ritiene legittimo l’abuso per svolgere mansioni che diversamente in automobile non potrebbero essere effettuate. E di questa “necessità” ne fanno le spese ogni angolo di strada: dall’incrocio al marciapiede, dall’ingresso al garage o al passo carraio allo scivolo per disabili,  dallo scarico merci alla sosta alle strisce pedonali, dalle corsie per i bus alla strada di scorrimento stessa quando, non trovando nulla, il mezzo viene lasciato in doppia fila.
Spesso e volentieri chi usa l’auto suppone, pagando tassa di proprietà e assicurazione, di poter avere il territorio urbano a propria disposizione, libero da ogni ostacolo, come suggerito dalle pubblicità televisive (le auto si muovono in città vuote o lungo inarrivabili strade di montagne o nei deserti), e che in presenza di propri simili a quattro ruote questi  possano agevolmente girargli intorno nel caso fosse di ostacolo. Così come si aspetta che faccia  un pedone o un ciclista, qualora questi trovino occupato dall’auto in sosta il marciapiede o l’attraversamento pedonale o la corsia ciclabile. Non è così, ovviamente.
Sappiamo benissimo che le forze di Polizia, a partire da quella Municipale, non possono presidiare ogni angolo di via e a qualsiasi ora e che il problema quindi non può essere risolto con la repressione (pratica tra l’altro che non dovrebbe mai essere accantonata per i più recidivi).
Quello che serve è una politica della mobilità più incisiva nelle scelte a breve e a lungo termine e che determini risvolti infrastrutturali più chiari e evidenti. Le recenti corsie ciclabili, di cui alle foto, sono molto discutibili tecnicamente, sia nei tracciati che nelle modalità esecutive. Il cromatismo è già venuto meno in diverso tratti e la segnaletica appare ora debole e indecifrabile, soprattutto quella orizzontale. E’ come acquistare una casa nuova e nel giro di un paio di mesi vedere che cade l’intonaco e che servizi fanno acqua: ognuno di noi obbligherebbe l’impresa come minimo a rifare i lavori o la denuncerebbe!
Ma siccome scivoli, marciapiedi e ciclovie sono pubblici, nessuno si duole del loro abuso, tranne i diretti interessati, che però individualmente non hanno la forza per farsi sentire.
Lo facciamo noi per loro, perché le regole del buon vivere, ed in particolare quelle del Cds, vengano da tutti rispettate e soprattutto perché queste rispondano ad una chiara scelta e a una chiara indicazione: se la mobilità deve diventare sostenibile, che lo sia, ma sul serio, e non solo a colpi di colori a pastello  e soprattutto a scapito di quella insostenibile, che non può rimanere tale.

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